La Grotta del Diavolo, nella valle del fiume Olpeta, non è una di quelle grotte turistiche tutte concrezionate e strabordanti di stalattiti e concrezioni che la maggior parte del pubblico conosce e a volte visita. È invece un grande “buco” nella parete tufacea che sale dalla valle verso il pianoro soprastante ed è rivestito di depositi calcarei portati dalle acque di percolazione. La descrizione potrebbe essere tutta qui, se non fosse che dagli studi degli archeologi sembra emergere la possibilità che la grotta sia stata un tempo abitata dall’uomo, in età preistorica. In fondo c’era tutto quel che serviva: un riparo, prede, acqua. Un tempo poteva bastare. Così, mentre mi aggiravo nell’antro, mi son reso conto che è da qui che veniamo, che le nostre case sono state per millenni semplici ripari, grotte che la natura fornisce in abbondanza, specialmente in alcuni comprensori come la valle del Fiora. Mentre riflettevo su questo, su quanta strada abbiamo percorso migliorando le nostre vite, e di molto, ma danneggiando l’ambiente ancor di più (e dunque alla lunga noi stessi), ecco che un raggio di sole si è fatto strada dall’apertura superiore della grotta, colorandosi d’oro per il riflesso sulle rocce, mentre il resto rimaneva immerso nell’azzurro dell’ombra. Un grande masso, precipitato dall’alto e incastratosi tra le pareti della galleria, mi ha offerto una composizione efficace. La nostra casa, migliaia di anni fa, con l’illuminazione migliore.

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Valle dell’Olpeta, 02.03.2017, fotocamera mirrorless, 14-42 mm a 14 mm, f/9, 20 s, ISO 200, cavalletto, conversione da RAW