Alla luce • Exposed

Un SOS per l’ululone

Biodiversità, biodiversità… quanti utilizzi a vuoto di questa bella parola. Quanti convegni, quanti documenti ed impegni istituzionali solennemente sottoscritti, quante promesse poi sopraffatte alla svelta dal più micidiale e pervasivo degli interessi per la nostra specie: quello economico. E invece trascorrere qualche ora con uno dei più sconosciuti protagonisti della nostra piccola fauna? Scoprire che quella “varietà degli esseri viventi” si declina semplicemente – e meravigliosamente – in quella livrea double face: mimetica sul dorso, che pare davvero fango sul fango della pozza, e giallo limone sulle parti ventrali?
Se c’è un panda tra gli anfibi italiani, una specie che negli ultimissimi anni sembra marciare con progressione inesorabile verso l’estinzione, sembra essere l’ululone appenninico (Bombina pachypus). Censito nell’Italia centrale fino agli anni Novanta del secolo scorso come presente e localmente abbondante in molti siti, oggi si è volatilizzato dagli elenchi faunistici. In molti, troppi casi, semplicemente sparito. Un tracollo dalle cause per certi versi ancora non individuate con precisione, che solo di recente ha portato il ministero dell’Ambiente ad affidare uno studio (a un team dell’università della Tuscia) per il monitoraggio della specie, la valutazione delle minacce e proposte gestionali concrete. E il nemico numero uno sembra proprio essere un’infezione invisibile, la chitridiomicosi, trasmessa dal fungo Batrachochytridium dendrobatidis e propagata per semplice contatto, che sta portando alla mortalità di massa intere popolazioni di anfibi in tutto il mondo (in Europa almeno 20 tra urodeli e anuri) tra cui il nostro ululone.
Rimanendo sul concreto, cosa possono fare i fotografi naturalisti? Ok ok: divulgare l’importanza della specie e il rischio di perderla, nonché magnificare con le immagini ravvicinate la sorprendente bellezza di un rospetto di appena pochi centimetri (6 al massimo, ma spesso meno) come sto facendo io adesso con l’immagine che vedete, scattata pochi giorni or sono sulle montagne della provincia di Roma. Ma ancor più importante e, appunto, concreto è cercare di seguire alcune precise norme di comportamento per evitare la propagazione del fungo killer. Provo a farne una sintesi qui, rimandando per un approfondimento al sito della Societas Herpetologica Italicas da cui ho tratto alcune delle informazioni per poi adattarle. Con una postilla, questa: qui a Genius loci nessuno vuol salire in cattedra e molti errori sono banalmente figli dell’ignoranza. Quindi completate pure queste informazioni con commenti rivolti ai fotografi che, se lo ritenete, possano essere utili alla conservazione dell’ululone e degli altri anfibi; e facciamo conoscere queste semplici ma efficaci norme di comportamento, condividendo – se lo si ritiene – questo post. Grazie.

 

Comportamenti corretti (da parte dei fotografi) per la conservazione dell’ululone appenninico

  1. Se si rinviene la specie all’interno di un parco o una riserva naturale, comunicare la località (meglio ancora se con le coordinate GPS) e le caratteristiche dell’osservazione (numero di esemplari, presenza o meno di uova, minacce potenziali all’integrità del sito) all’ente gestore dell’area protetta.
  2. Non divulgare in altro modo i siti dove si rinviene la specie. Non portarvi altri fotografi: gli amici porterebbero a loro volta altri amici, la catena si allungherebbe e il controllo sulle buone intenzioni dei frequentatori si annullerebbe. Non indicare le località sul web. Non partecipare a (o condurre) workshops che promettono fotografie all’ululone.
  3. Evitare o ridurre al minimo indispensabile la manipolazione degli animali, in caso indossando guanti monouso sulle mani (oppure avendo cura di avere mani pulite e disinfettate con alcool o disinfettanti gel) e mantenendo bagnata la pelle dei soggetti.
  4. Non spostare gli animali da un sito a un altro, anche se prossimo.
  5. Tornati a casa, prima di un’altra uscita per fotografare anfibi, pulire e disinfettare tutte le attrezzature utilizzate sul campo. Allo scopo si può usare mezzo bicchiere (50ml) di Amuchina diluito in un litro d’acqua oppure alcool denaturato al 90 o 95%; in ogni caso, va lasciata immersa l’attrezzatura utilizzata (come custodie impermeabili per fotocamere e flash, acquarietti, puntali del cavalletto) per almeno mezz’ora, quindi risciacquare abbondantemente e ripetutamente. Con le medesime modalità vanno trattate anche le suole degli scarponi.

Giulio Ielardi • www.giulioielardi.com

15 Responses to Giulio Ielardi • Un SOS per l’ululone

  • Silvio Tavolaro

    Una domanda però sorge spontanea Giulio…vista la criticità della specie, non sarebbe il caso di evitare assolutamente qualsiasi manipolazione? A che pro prendere, se pur con le precauzioni del caso, un Ululone, inserirlo in acquarietto, fotografarlo, e poi reinserirlo nella pozza dove è stato catturato? Il tutto causa un indubbio stress ad una specie che, come ci dici, versa in condizioni tutt’altro che rassicuranti.
    Senza poi contare che una qualsiasi distrazione o mancanza di cura nel prendere le dovute precauzioni per manipolare l’Ululone possono contribuire al diffondersi della patologia, magari anche solo “rovinando” il muco protettivo del soggetto.

  • Claudio Pia

    Il punto 1, nella mia realtà sarebbe un grande errore,
    ho avuto prova che NON mi posso fidare assolutamente del “mio” ente parco,
    quindi la location la tengo per me malgrado le decine di richieste che annualmente mi arrivano.

    Articolo interessante…

    Ciao!

  • Giulio Ielardi

    Silvio, forse non capisco. Rileggi bene: io ho appunto scritto “Evitare o ridurre al minimo indispensabile la manipolazione degli animali”! O forse tu intendevi dire che che era meglio pubblicare l’articolo senza foto? Oppure, che si doveva scrivere “se trovate un ululone, non fotografatelo”? Se quella buona è la prima, non credo che nessuno si soffermi su un testo come questo – su un photoblog, poi – se non corredato da un’immagine. Se invece intendevi l’ultima, purtroppo devo dirti che la mia esperienza mi ha fatto capire quanto siano poco efficaci le enunciazioni tassative: servono più a chi le fa per farsi bello agli occhi di una clacque di conoscenti e invidiosi che alla causa. E a me importa la causa. Ah, aggiungo per i curiosi: la mia fotografia è stata fatta senza acquarietto né manipolazioni, ma con fotocamera dentro una custodia subacquea.

    Claudio, grazie. Sul tuo sito ho visto foto di anfibi interessanti e quindi il tuo giudizio mi fa doppiamente piacere. Quanto alla tua poca fiducia negli enti parco, so che in alcuni casi il rapporto con chi dovrebbe pensare alla tutela della natura e basta possa essere deludente. Lo so benissimo, ho lavorato per vent’anni nel mondo dei parchi. Ma continuo a dar loro fiducia perché il loro ruolo è insostituibile. Se hai incontrato la persona sbagliata, parla con il responsabile dell’Ufficio Naturalistico: spero che troverai un linguaggio comune e che vi intenderete.

  • silvio Tavolaro

    Come temevo e paventato su Fb, ecco partire la polemica.
    Non capisco io la risposta stizzito, non avendo né affermato che tu abbia fotografato con l’uso dell’acquario, né provando invidia non capisco neanche per cosa.
    Dico solo che forse per una specie così mal messa forse sarebbe più opportuno invitare per un po’ ad astenersi dal fotografarla.
    vi lascio alle vostre disquisizioni e incomprensibili supposizioni di invidie. (???????????)

  • silvio Tavolaro

    Aggiungo che conoscendoti davo per scontato che comprendessi come il riferimento all’uso di acquarietti non fosse certo rivolto a te!

  • Luca Bona

    1) tecnicamente è molto più facile far danni entrando in acqua con tutta l’attrezzatura per fotografare che non tirare fuori dall’acqua un soggetto per fotografarlo in acquarietto.
    2) questo vale anche per minimizzare i rischi di trasmissione di patogeni: meglio disinfettare un acquarietto che non muta, stivali, attrezzatura ecc.
    3) è bene ricordare che l’attrezzatura andrebbe sì disinfettata, ma per precauzione, generale, per debellare il rischio di trasmissione del chitridio andrebbe fatto in loco, non una volta a casa. Siccome in loco significa spargere detergenti o simili e siccome è improbabile che la gente si porti secchio e spazzolone ogni volta, la cosa migliore è portarsi un cambio, ad esempio di scarpe, e lasciare quelle usate ad asciugarsi al sole. Il chitridio al sole e al secco muore. Questo, di nuovo, rende più facile le operazioni di pulizia per chi usa solo un acquarietto…

    PS: va bene disinfettarsi le mani prima di manipolare un soggetto, ma non esattamente immediatamente prima: mani ancora intrise di amuchina o detergenti possono essere decisamente irritanti per la pelle di un anfibio.

  • Giulio Ielardi

    Grazie davvero Luca per il tuo commento puntuale, anche sull’uso degli acquarietti: non era infatti mia intenzione demonizzarli.

  • Luca Corbani

    Anch’io penso che in molti enti parco in questo periodo il pensiero degli addetti sia più rivolto al mantenimento del posto di lavoro (o alla ricerca di un altro) che al bene della natura, e non si può nemmeno farne loro una colpa. Pensavo, nel caso di rinvenimento di una specie in stato critico di sopravvivenza se possa avere un senso rivolgersi ad associazioni “super partes”, come la citata societas herpetologica, il wwf ecc. Potrebbe essere una soluzione?

  • Giulio Ielardi

    Luca Corbani, segnalazioni di questo tipo (il ritrovamento di una specie oggi fattasi rara) vanno fatte con estrema cautela e continuo a suggerire i responsabili degli Uffici Naturalistici degli enti parco: spesso, quasi sempre, sono bravi biologi o naturalisti che potranno utilizzare le nostre informazioni a vantaggio della gestione della specie. Grazie anche a te per l’intervento.

  • Emanuele Biggi

    Ciao ragazzi! Bel servizio di una specie che conosco molto bene avendone anche studiato molti aspetti in passato. Lo stiamo perdendo, ma in questo caso secondo me non tanto per il chitridio (che a mio avviso ha il suo impatto su questa specie in ogni caso), ma anche per la perdita di habitat idoneo e l’invasione di specie alloctone (come Pelophylax kurtmuelleri in Liguria per fare un esempio). Credo anche che sì, i siti debbano essere tutelati, ma occorre anche tutelarli da chi poi ci vuole fare un centro commerciale. Quindi penso che non segnalare la presenza dell’Anfibio neanche all’Ente che dovrebbe proteggerlo (Università, Parco o “amici dell’ululone” che dir si voglia), non sia una grande idea, perché non fa sapere a nessuno che lì c’è la specie e quindi in un eventuale lavoro previsto viene dato più facilmente il via libera per costruire/tagliare/drenare ecc….
    Penso poi anche che la conservazione passi per la conoscenza e che (purtroppo) normalmente se la gente non vede, poi non agisce. la fotografia non basta secondo me, perché muove animi già sensibili, mentre il contatto con la specie a volte è risolutivo. I cretini e gli idioti ci saranno sempre, che si tenga o no segreto un sito (ovvio che magari non metterei i cartelloni pubblicitari, quello no). io negli anni ho mostrato animali a varie persone (non necessariamente l’ululone) e ho “creato” persone pronte a firmare una petizione o la costruzione di un centro commerciale. Altri hanno avuto i miei risultati. Questo è il nostro esercito, questo è il modo per fare conoscere e comprendere secondo me (mia pura opinione). Non fare workshops magari (in passato ne ho fatti, ora cerco di stare attento, più che altro per la figura del “fotografo di soggetti basta che siano rari e per flickr”) ma opere di divulgazione quelle sì.
    Viva l’ululone, sempre

  • GIULIO IELARDI

    Importanti due punti nell’intervento di Emanuele.
    Primo. Tenere per sé i dati, seppure per motivazioni nobili e comprensibili come ad esempio fa Claudio, non è una buona strategia a lungo termine poiché nel nostro “posticino segreto” rischiamo poi di ritrovarci un mattino un bel centro commerciale.
    Secondo, il ruolo della divulgazione – anche qui ringrazio Emanuele: con venticinque anni di esperienza nel campo ritengo personalmente di avere qualche titolo, ma il fatto che anche lui condivida il mio approccio mi fa solo piacere. E quindi, per rispondere ancora a Silvio, (quasi) sempre meglio informazioni e sensibilizzazione che divieti, tanto tassativi quanto più alla svelta ignorati.

  • Silvio Tavolaro

    Boh….mi sembra un dialogo tra sordi….informare e sensibilizzare sull’ululone è cosa buona, doverosa e giusta…..altra cosa èandare a rompergli le scatole, anche in virtù del fatto che mi sembra che sia stato ampiamente e diffusamente fotografate.
    L’ululone è in situazione critica? benissimo…lanciamo l’allarme, sensibilizziamo, scriviamo articoli utilizzando foto che già si hanno o di pubblico dominio. Ma magari invitiamo a lasciare anche la specie “riposare” (fotograficamente) per un po’…..
    Non vedo nulla di talebano od estremistico in ciò…ma solo un po’ di buon senso….non trovi?

  • Emanuele Biggi

    Silvio sì, su questo punto sono anche d’accordo con te. Io sono ormai anni che non torno se non sporadicamente nel sito dove ho studiato la mia popolazione ligure (a parte due o tre anni fa per foto in acqua). Ma ti posso assicurare che il disturbo per questi animali è davvero limitato (non sono caprioli). Io le facevo vomitare con lavanda gastrica per studiare i contenuti stomacali e appena rimesse in acqua tornavano ad attaccarsi in amplesso a tutto quello che si muoveva circa 20 secondi dopo che le avevo liberate. In liguria sono sempre stati animali “da coltivo”, che frequentavano pozze di origine antropica in cui venivano messe a bagno le cannucce per legare le piante negli orti o presa acqua per irrorare gli stessi. Ora in questi stessi coltivi ci sono i rubinetti. Il male scorre attraverso tubi di metallo oggigiorno, almeno per quanto riguarda la Liguria.
    Però sì, almeno in siti naturali (come quello dove ho fatto la mia tesi), io sto cercando di andare il meno possibile e di usare foto che già ho. quella di unkenreflex che ho mostrato al Photofestival era scattata a Matera dove ero consulente scientifico per un progetto LIFE che mira a salvare la specie assieme ad altre, con anche riproduzione in cattività. L’animale fotografato si trovava peraltro in una “latrina a cielo aperto” e ancora oggi non mi spiego come lì non si siano già estinte secondo quelli che “teoricamente” dovrebbero essere parametri vitali per la specie.
    Ciao buon lavoro a tutti!

  • Marco Spada

    Segnalo queste foto di Ululone fatte da Angela Iannarelli in una località del centro Italia, in modo totalmente non invasivo, senza l’uso di acquarietti o simili, uno dei pochi posti dove ancora vivono e si riproducono senza problemi. La località è stata segnalata solo alla Direzione scientifica del PNALM ed è lontana da qualsiasi elemento di disturbo:
    http://www.naturamediterraneo.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=251021

  • GIULIO IELARDI

    Magnifico documento, grazie Marco. In effetti il Pnalm è uno di quei luoghi dove l’ululone resiste, almeno per ora. Ottima cosa la segnalazione alla direzione del parco, anni addietro ne feci una anche io all’allora presidente dell’area protetta .

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